Mirror Speech

Progetto sviluppato durante la quarantena dovuta all’emergenza Covid-19

In questi giorni ho ripreso in mano la macchina fotografica come non lo facevo da un po’ di tempo. Per me.
Ne sento l’esigenza, ho bisogno di comunicare qualcosa – più a me stessa, probabilmente – senza sapere esattamente cosa.
La situazione nella quale ci troviamo è surreale e nella mente si continuano a prefigurare immagini.
Inizialmente volevo ragionare, fotograficamente parlando, su cosa mostrasse di noi questo momento di emergenza. Per farlo, ho utilizzato uno specchio, oggetto che in qualche modo ci rende intangibili, seppur così vicini. Questo elemento parla bene al posto mio: racconta di quanto possiamo osservare, di come possiamo alterare le nostre realtà, ma anche di come possiamo sbirciare le realtà altrui, senza però poterle condividere. Prigioni di riflessi e sentimenti nascosti.
E proprio i sentimenti condivisi sono ciò che più mi manca.
Sono una persona tendenzialmente solitaria e non ho problemi a stare con me stessa, ma amo conoscere nuove persone e fotografare “umanità”.  
Proprio la mancanza tangibile di persone, questa distanza forzata, si sta facendo sentire e me la ricorderò. 
Qui subentra la mano, un modellino in legno comprato più di 10 anni fa quando, ancora liceale, volevo esercitarmi nel disegno e nella copia dal vero. Ora torna, nelle foto, come un simulacro di qualcosa che spero tornerà presto. Sarà difficile tornare alla normalità, ma ricordiamoci chi siamo. Da distanti, stiamo combattendo insieme ed insieme torneremo.

Project developed during the quarantine due to the Covid-19 emergency

In these days I have been picking up the camera like I haven’t done in a while. For me.
I feel the need, I want to communicate something – more to myself, probably – without knowing exactly what.
The situation in which we find ourselves is surreal and I continue picturing images in my mind .
Initially I wanted to think about what this moment of emergency showed us. To do so, I used a mirror, an object that somehow makes us intangible, even if so close. This element speaks well for me: it tells about how much we can observe, how we can alter our realities, but also how we can peek at other people’s realities without being able to share them. Prisons of hidden reflections and feelings.
And the shared feelings are the things I miss the most.
I tend to be a lonely person and I have no problem being with myself, but I love meeting new people and photographing “humanity”.  
Just the tangible lack of people, this forced distance, is making itself felt and I will remember it. 
Here comes the hand, a wooden model bought more than 10 years ago when, still in high school, I wanted to practice drawing. Now it comes back, in the pictures, as a simulacrum of something that I hope will come back soon. It will be difficult to get back to normal, but let’s remember who we are. From afar, we are fighting together and together we will return.